Quando obesità e anoressia celano un chiaro messaggio

Mangiare è un bisogno, un processo di dipendenza fisiologica quando contribuisce a mantenere l’equilibrio, un processo di dipendenza fisiopatologica quando sul piano psichico con il cibo si cercano di compensare carenze di natura affettiva. La sfera affettiva si realizza attraverso il sistema parasimpatico. È li che registriamo tutti i traumi affettivi.

Mi hai nutrito troppo, non mi hai nutrito abbastanza

Essendo un processo di forte dipendenza ha a che fare con la fase primaria di attaccamento, un cordone ombelicale con la madre: “mi hai nutrito troppo continuo a fare la stessa cosa, non mi hai nutrito abbastanza lo faccio da solo”. Questo passaggio è importante da ricostruire: se la persona è stata troppo coccolata ha bisogno dello stesso status e si ribella a qualunque forma di restrizione e quindi anche di dieta o regime alimentare. Se, al contrario, è stato nutrito poco anche affettivamente, l’individuo tenderà a mangiare a dismisura. Questo passaggio va distinto bene: nel primo caso infatti il cordone ombelicale è come se non si fosse mai rotto, nel secondo al contrario c’è una indipendenza piena di risentimento. Se non ci si sofferma su questo passaggio qualsiasi terapia non potrà dare esiti positivi. Dipendenza affettiva o indipendenza piena dell’emozione negativa di risentimento dunque.

Nel primo caso, l’individuo dovrà ripetere a se stesso “ho bisogno di me e non di cibo”, cominciando al contempo a rivolgere l’attenzione verso altri interessi che nel tempo faranno meglio scoprire il sé. Buttarsi in questi interessi significa investire le energie in accumulo in campi diversi dal cibo, aiutando mente e corpo a ritrovare l’equilibrio.

Nel caso contrario, il secondo, quando c’è indipendenza forzata da carenza nutritiva, anche se traumatica, l’equilibrio è una conquista evolutiva. L’arte sta nel far capire a questi individui che la trasformazione di una disgrazia in un elemento a loro vantaggio è possibile e rappresenta una grande conquista evolutiva alla quale non bisogna in alcun modo rinunciare perché compensare questa carenza con comportamenti gratificanti della mamma o di altri familiari stretti (moglie, marito, fidanzata/o, compagna/o) non riuscirebbero più a dar loro quella sensazione di compensazione che sfogano nel cibo. Piuttosto la persona può iniziare a lavorare sui rancori.

È il caso degli anoressici: hanno riscontrato indifferenza dei padri, non cura della madre: “vuoi che io sia invisibile e io divento invisibile così mi perdi di vista”, ma questo provoca una reazione contraria. Se parliamo con madri di anoressiche non sanno mai perché le proprie figlie hanno scelto quella strada, per loro spesso si tratta solo di imitazione di modelli sbagliati che la società ci propina, spostano in questo modo la responsabilità fuori dal contesto familiare, cosi come hanno fatto nella crescita del figlio. La cosa migliore è esaltare questo passo e renderlo una ricchezza indirizzando l’energia che si spreca nel rimuginare costantemente e nel mantener in piedi rancori, stimolando sempre nuovi interessi che richiedono necessità di energia.

Come sopra dunque, comprendere il messaggio di natura psicologica celato dietro questi due importanti disturbi del comportamento alimentare, è necessario per aiutare il soggetto a ritrovare un nuovo equilibrio alimentare, che è poi equilibrio di vita.

(Articolo tratto da una lezione del Dr. Viktor Marko Solomon)

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